giovedì, luglio 06, 2006

Ci si vede a Caoscrauso


I ragazzi sono tornati...

Quando, nel 1996, Sandro Veronesi apriva così la sua introduzione al libro Versi rock, si riferiva ai componenti dell'Accademia degli Scrausi (che avevano pubblicato qualche tempo prima un altro saggio sulla lingua della canzone): un gruppo di studenti e di giovani studiosi della lingua italiana, scalmanati, accaldati, "agguerriti", come li aveva definiti il loro stesso maestro, Luca Serianni.
Un gruppo perlopiù di ventenni, tutti col rigore del metodo della tradizione e l'entusiasmo e la passione per ciò che offriva il presente e ai loro occhi dispiegava un futuro sterminato di nuove fonti e di nuove sperimentazioni.

Sono passati dieci anni da allora e i ragazzi (un po' meno ragazzi) sono tornati un'altra volta. Se non fosse che non si torna da nessuna parte e che il "ritorno è un equivoco sentimentale" almeno per due ragioni opposte, eppure entrambe plausibili, come un ossimoro riuscito. La prima è che il tempo - anche noi, tutti diversi (rock) - cambia il luogo dell'incontro fino a renderlo un altro: e in un posto dove non si è mai stati non si torna mica. La seconda è che nel luogo del primo incontro chi c'è, o c'è stato anche solo una volta, con purezza di cuore, forse non se n'è mai andato per davvero e dunque non ha bisogno di tornare.

Noi, gli Scrausi, ognuno per la sua strada (chi insegna all'università, chi scrive, chi lavora alla radio e chi per il cinema, chi promuove la lingua italiana all'estero e chi la lettura, in tutti i luoghi che può), ci siamo ritrovati a Caos calmo. Nel territorio - riserva indiana - della bellezza. E lì è tornato anche Sandro Veronesi-Aquila della Notte. Un po' meno "giovane scrittore" di come per anni i critici hanno ostinatamente continuato a definirlo; e un po' più scrittore e basta, come è chi ci racconta il mondo con gli occhi del suo incanto.

Caoscrauso nasce per questo. Per aprire i confini della riserva. Veronesi ci ha messo la bellezza straziante del Caos; l'accademia, l'entusiasmo scrauso dell'averla riconosciuta (ognuno a modo suo, ognuno per un motivo diverso - potenza dei classici, già nati così, incuranti del tempo).

Ora, siete tutti invitati.

L'occasione è il premio Strega.

Ogni anno - da sessanta a questa parte, da molto prima che venisse percepito come mero terreno d'incontri mondani - questo premio rinnova l'antico patto di quel gruppo di scrittori e di intellettuali "accaldati" che ripartirono dalla letteratura, dalla bellezza, per dare il proprio contributo alla ripresa di un paese straziato dalla guerra e affamato di libertà. Per certi versi come quello di oggi.

Ogni anno, sulle pagine dei giornali, nessuno si ricorda di quel patto e prestano tutti attenzione agli incontri mondani, ai giochi di potere, alle alleanze tra gruppi editoriali, come se tutto fosse stabilito in partenza, come se la bellezza avesse un posto secondario.

E se non fosse così? Se invece - per riprendere le parole di un editore indipendente che l'anno scorso apprese con stupore dell'entrata in finale di un suo libro in gara - "un altro mondo è possibile"?

Ecco, mettiamo che questo mondo qui cominci sostenendo le ragioni di Caos calmo. Mettiamo che tutti quelli che avranno la voglia di leggerlo potranno convincersi della necessità di un libro così. E mettiamo che non avendo un voto allo Strega, decidano di affidare agli Scrausi - che il voto ce l'hanno, tutti insieme, un unico voto collettivo con cui il libro lo hanno candidato - il loro sostegno, la loro voglia di partecipare, ché se il dolore (ed è questo il grande nodo attorno a cui ruota il romanzo) è qualcosa che nessuno ha la forza di affrontare e con cui si tende a rimandare l'appuntamento, a quello con la gioia tutti vorrebbero essere puntuali.

Ecco. Mettiamo che l'ossimoro del titolo abbia scatenato un'energia. Mettiamo che si decida, tutti insieme, di sostenere e di promuovere con gioia - per la sua bellezza - un libro sul dolore. E mettiamo che questa cosa qui, quando saremo in tanti, finisca col dimostrare come nello Strega (nel nostro paese, nel mondo - perché porre limiti?), mica tutto è sempre, ineludibilmente, stabilito dall'alto.

Mettiamo che questo blog sia una riserva in cui tutti quelli che vogliono possano piantare la propria tenda. Mettiamo che quando le tende saranno tante, sarà proprio una bella riserva: una riserva che include e non esclude, che unisce e non separa. Mettiamo che "felicità è vera solo se condivisa". E mettiamo che questo blog nasca per condividere la felicità di sostenere un libro necessario. Un libro che serva - tra le altre cose - a farci ritrovare (noi Scrausi, e tutti quelli che vorranno piantare la loro tenda) sul territorio della bellezza, così raramente condiviso.

Ammesso che una cosa bella debba necessariamente servire a qualcosa.

Francesca Serafini
"La Scocciata" per l'Accademia degli Scrausi


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mercoledì, giugno 21, 2006

Operina Buffa poco morale in Tenzone tra Caos e Calma

CAOS

Sono il Caos. E da solo mi spaùro
– nel vedermi così carico di eventi –
ché porto in me il passato col futuro.
Il fatto è che mi assommo di presenti.

CALMA

Ma senza Calma niente c’è che vada
diritto al punto: e tutto poi si sperde
come viandante cui rubino la strada.
Senza la calma è la perdita che perde.

CAOS

Dici così perché nel sonno eterno,
nella noia che agli uomini si affianca
tu trovi il bene, io scopro l’inferno –
che poi già è in me, giacché nulla mi manca.

CALMA

Non dico sonno, ma sogni levigati,
la cura del riposo, il rito antico
che toglie agli affanni disperati
la sensazione che il male gli sia amico.

CAOS

Tu la menzogna cerchi, e io la trovo
in ciò che mareggiando mi compone:
perché ogni mia pulsione è come un rovo
in cui tutte le punte sono buone.

CALMA

Ma diseguali, e informi: e dàn ferite.
Io mi specchio nell’acqua dei canali
in cui le tue Ofelie son partite.
In me c’è il cuore giallo dei fanali.


(D’un sùbito accortasi come di soprassalto, Caos sulla voce)

Caos: «… Ma come stiamo parlando?»

Calma: «… Di cosa dici? Che vai cianciando?»

Caos: «… Non ti sembra innaturale questa rima?»

Calma: «Ma quale intendi? Quella detta prima?»

Caos: «No. Dico quest’eloquio ch’è baciato».

Calma: «Nulla di strano mi sembra ci sia stato».

Caos: «Sembriamo due cantanti del Seicento!»

Calma: «Ma perché ci mettiamo sentimento!»

Caos: «… No. È che mi sembra che siamo legati!»

Calma: «…E dunque abbracciamci incatenati!»


(Scoppia l’amore. In coppia, secondo nabucco metastasizzato: sia Caos sia Calma)

CAOS e CALMA

Se il Caos con la Calma
son stati divisi,
offesi, derisi
ognuno per sé…

Adesso ch’è il tempo
di farsi vedere:
insieme cadere
insieme damblé.

Se c’è stato un modo
di farli redenti:
si plàchino i venti,
che sbocci l’amor!

Seppure diversi
nei toni e nei versi
comune bellezza
c’implicita il cor!


L’Accademia degli Scrausi

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lunedì, giugno 12, 2006

Caos Calmo in Cinquina!

mercoledì, maggio 31, 2006

Concita, grazie!

Sul numero 501 del 27 maggio di "D la Repubblica delle Donne", Concita De Gregorio parla dell'Accademia dei "coraggiosi"... Che poi sarebbero quelli che creano un blog e ci piantano sopra delle tende, in difesa della bellezza...

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martedì, maggio 30, 2006

Rassegna stampa scrausa... 1



...un po' di recensioni buone, brutte e cattive, in ordine sparso...



Stefano Giovanardi, Quel caso calmo di Sandro Veronesi
“La Repubblica”

C´è, mi pare, un modello strutturale dominante nel nuovo ponderoso romanzo di Sandro Veronesi: saldamente impiantato sulla prima persona, esso presenta tuttavia due diversi trattamenti dell´io narrante, tanto espanso e argomentante e disposto a spaccare il capello in quattro nelle parti in cui racconta, quanto passivo, asciutto, monosillabico nei dialoghi. E un io che pare indirizzare ogni suo intervento attivo verso il proprio foro interiore, limitando rigorosamente al puro ascolto qualsiasi rapporto con l´esterno: una condizione eccezionale, chiaramente post-traumatica, innescata da eventi altrettanto eccezionali.

E in effetti non è cosa di tutti i giorni salvare la vita a una donna che sta annegando in mare, e poi tornare a casa e trovare la propria compagna morta, stroncata da un aneurisma mai sospettato prima.

E quanto accade in una giornata di fine vacanze a Pietro Paladini, quarantatreenne alto dirigente di un colosso europeo delle telecomunicazioni, nonché protagonista assoluto del romanzo.

Rimasto solo con Claudia, la figlia di dieci anni, Pietro rientra a Milano e si dispone, con minuziose autoanalisi, ad attendere l´urto del dolore, finché il primo giorno di scuola della bambina, dopo averla accompagnata, decide d´impulso di restare lì davanti fino all´ora della sua uscita.

La cosa si ripete il giorno dopo, e quello dopo, e quello dopo ancora, con la figlia che durante la ricreazione si affaccia a salutarlo, e con parenti, amici e colleghi di lavoro sempre più sorpresi e preoccupati.

L´attività in azienda, d´altra parte, è quasi paralizzata dalla prospettiva di un´imminente fusione con l´omologo colosso americano, e Pietro può svolgere le poche residue pratiche di lavoro dalla sua macchina supertecnologica, parcheggiata davanti alla scuola.

Quella macchina diviene a poco a poco la meta di uno stralunato pellegrinaggio: la cognata di Pietro, suo fratello, i suoi colleghi, il suo capo, e poi la donna salvata in quel giorno fatale, e poi addirittura i presidenti dei due colossi in via di fusione, vengono a turno a visitarlo, apparentemente per informarsi sul suo stato, ma in realtà per riversargli addosso i loro dolori, i loro difetti d´essere, le loro irrisolte contraddizioni.

Così il protagonista, che da quel suo assurdo dimorare sotto scuola aveva lucidamente preteso una dilazione, e quindi attenuazione, del dolore per sé e sua figlia, si ritrova assediato dal dolore degli altri, che cerca di infrangere quella "bolla" di inautenticità, quell´opaco doppione della vita cui Pietro si è consegnato per proteggersi.

Per un po´ le ragioni della "bolla" prevalgono, depositando su tutto - problemi aziendali, affetti, relazioni, persino un rovente incontro d´amore con la donna salvata - una patina piuttosto spessa di estraneità, o quanto meno di inappartenenza; ma poi, a causa di meccanismi ed eventi che non rivelerò per non vanificare la legittima curiosità del lettore, la "bolla" si romperà davvero, lasciando emergere la consapevolezza tutto sommato pacificata che "la palla che lanciammo giocando nel parco è tornata giù da un pezzo. Dobbiamo smettere di aspettarla".

Romanzo sul dolore, nel quale si potrebbe anche indovinare un particolare coinvolgimento emotivo da parte dell´autore, Caos calmo riesce a trasformare in pura materia narrativa un grumo di spinte e controspinte psichiche difficilmente dipanabile altrimenti.

E nel cercare di capire come ciò accada, torna forse utile il modello di cui parlavo all´inizio: nel momento in cui il "fuori" risulta fatalmente inquinato da una perdita, non conta più tanto la realtà di cui è fatto, quanto l´immagine che proietta nell´interiorità di chi quella perdita ha subìto.

E lì, dunque, che si annida ogni germe di "avventura", di recupero delle funzioni vitali, di interpretazione: in una parola, di narrazione; e la condizione necessaria per il realizzarsi di questa difficile narrazione dell´inenarrabile, è proprio una quasi totale sordità alle istanze, alle attestazioni, all´urgenza della realtà del "fuori".

Scrivendo un romanzo sul dolore, o meglio sull´eccezionalità della sua compiuta manifestazione, Sandro Veronesi ha forse anche involontariamente fornito un´indicazione forte sulle possibilità di sopravvivenza, oggi come oggi, di una narrativa "alta", capace di svincolarsi dalle pastoie sempre più oppressive causate da un culto sempre più diffuso per i "generi", e di riflettere perciò su quegli eterni problemi che da sempre hanno dato legittimità di esistenza alla letteratura: la natura e la qualità dell´essere uomini, il senso dello stare al mondo in quanto uomini, l´indagine strenua e acuminata sui recessi della propria psiche di uomini.

A fronte di tutto questo, si possono facilmente perdonare al romanzo quelle poche once di sofismi in eccesso, come quelle scie di infatuazione narcissica che qua e là baluginano: di fronte a un´opera decisamente importante, sia per la carriera dell´autore che per la narrativa italiana contemporanea, sarebbe davvero insensato andare troppo per il sottile.

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Giuseppe Antonelli, Marta, Venere e la coscienza di Pietro
"La rivista dei libri"

Cosa (innanzi tutto un concreto giudizio di valore)
Mi ricordo una puntata di Happy Days in cui Richie Cunningham doveva studiare insieme a una bella ragazza. Lei, appena si mettono alla scrivania, si gira e gli molla un bacio. «Se no poi lo so come va», dice, «che tutto il tempo pensi a questo e non ti concentri sullo studio». Ecco, a scanso di equivoci, io il mio bacio accademico a Sandro Veronesi glielo do subito, scrivendo che Caos calmo è – secondo me – il suo libro della maturità, il romanzo importante che tutti aspettavamo da quando Gli sfiorati avevano confermato il suo straordinario talento narrativo.
Un libro studiatamente orizzontale, concentrico, che si svolge in gran parte soprappensiero nella rimuginante riflessione del protagonista, finestra sempre aperta sulla pagina a creare una sorta di multitasking narrativo. Il ronzio dei pensieri a volte interagisce con la scena in corso, movimentandola (come quando il protagonista, mentre sta parlando con il potentissimo Steiner, si accorge che quello «si scaccola. Fulmineamente e con una certa eleganza ...: però si scaccola» e – mentre gli risponde, teso e concentrato – comincia a fare previsioni su dove sarà depositato il prodotto di quell’operazione). Altre volte se ne allontana completamente, distraendosi dal contesto e creando cortocircuiti tra fatti accaduti in epoche e contesti molto diversi. Ed è spesso in questi interstizi di retropensiero che vengono fornite al lettore le informazioni essenziali, quelle che via via cambiano faccia a ciò che sapevamo – che il protagonista sapeva – della sua vita.
Insomma: Caos calmo è un libro che ho amato subito, fin dal titolo allitterante e ossimorico, fin dalla prima potente scena del salvataggio in mare; un libro carnoso, che sa di vita senza essere mai banalmente autobiografico. Anche se me lo immagino, Veronesi, che mentre rischia di morire affogato, sta lì a pensare – come il suo amato Arturo Bandini – a come renderà quella scena: «era come se stessi scrivendo, come se stessi registrando tutto sulla carta. Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo, sbattuto dalle onde, senza riuscire a raggiungere la costa, sicuro che non ne sarei uscito vivo» (John Fante, Chiedi alla polvere).

Caso (we are accidents waiting to happen) Il romanzo si apre proprio così, con un avvio bruciante tutto basato sulle coincidenze. Quando ancora non sappiamo chi sia il protagonista e che vita faccia, lo troviamo che si tuffa per salvare una donna sconosciuta; poi torna a casa e scopre che in quegli stessi minuti la sua compagna, Lara, è morta improvvisamente (non ci si dice né come né perché) sotto gli occhi della loro figlia di dieci anni, Claudia. Tutto questo a pochi giorni dal matrimonio deciso per coronare un’unione che durava da dodici anni, così che al posto del matrimonio si celebra il funerale. Sembrano solo coincidenze. Una maga, poco tempo prima del suo aneurisma cerebrale, aveva detto a Lara che sarebbe morta giovane e adesso «combinazione, è morta, ed è solamente il senno di poi a far sembrare inquietanti quelle parole» (come dice Pietro Palladini, il top manager protagonista del romanzo).
Ma se nella vita le coincidenze possono esistere, nella letteratura no, o almeno non senza un significato. Cosa c’è di casuale – per esempio – nel fatto che alcuni personaggi di questa storia si chiamano come personaggi dei precedenti libri di Veronesi? Il nome di Lara riporta alla compagna di Paolo Bollicino in Venite venite B 52; la Belinda «così fantastica perché dentro di lei c’è qualcosa di selvaggio» ricorda la «schiumevole» Belinda con cui il protagonista degli Sfiorati preferisce «nubere quam uri» e Gianni Orzan (quel Gianni Orzan autore delle Avventure di Pizzano Pizza tanto amate dalla piccola Claudia, ritratto qui mentre aspetta il ritorno di Belinda, scrivendo una lunga delirante mail a Lara) non era già il protagonista – si sarebbe detto, anche lì, autobiografico – della Forza del passato?
Che dire, poi, di quel Sandro Veronesi docente della Scuola Holden che compare come personaggio nel recente Paradise for all di Alessio Romano e – come il protagonista della Forza del passato (e come l’autore dei ringraziamenti di Venite venite) – riprende a fumare, per un momento di nervosismo, dopo aver smesso da anni? Quel Veronesi ama citare le canzoni dei Radiohead, mentre qui l’altro Veronesi immagina che un loro cd lasciato in macchina da Lara mandi al protagonista segnali inquietanti. Consigli decisivi sul comportamento da tenere («idiot, slow down», mentre sta rischiando di schiantarsi in macchina) o previsioni – profezie – su quello che gli sta per accadere: «we are accidents waiting to happen», poco prima che esploda una situazione difficile.
Solo coincidenze? Il fenomeno si ripete con una frequenza tale che a un certo punto Pietro Palladini pensa di no e quasi si convince che il cantante di quel gruppo sia un medium attraverso il quale la moglie gli parla dall’aldilà. Poi però si ricrede: perché, caro Pietro? perché, proprio quando «questa intuizione sta per fare di te un eletto, un privilegiato, ti rimangi tutto?». Forse perché è molto più rassicurante pensare che dietro ci sia solo il caso, il caso che genera caos.

Caos (ovvero: dei bambini come angeli custodi)
Il caos calmo in cui il protagonista galleggia per tutto il libro è – come ci viene spiegato quasi subito – lo stato di grazia in cui si svolge la vita dei bambini. «Il caos semplice e fondamentalmente calmo nel quale vivrebbero tutto il tempo, se gli fosse permesso, senza comprendere fino in fondo la maggior parte delle cose che accadono ma, proprio per questo, con la capacità di viverle molto intensamente». Quando Pietro Palladini, nella sua recente condizione di vedovo, accompagna la figlia il primo giorno di scuola, si accorge che – nei momenti in cui entrano in contatto con quel mondo – «i genitori mollano per un breve lasso di tempo la civiltà a cui sono inchiodati» e rimangono intrisi di quel caos. Ecco: la scelta, dapprima inconsapevole, di Pietro Palladini è quella di prolungare a oltranza il lasso di tempo, per rendere permanente la condizione in cui quei «genitori-regrediti» vivono solo pochi minuti.
Però, a differenza del complesso di Peter Pan da cui è affetto l’amato-invidiato fratello Carlo – gioiosamente incosciente, iperattivo, creativo –, la sua regressione si manifesta come una progressiva paralisi: rannicchiato in posizione fetale nel «ventre di balena» che si è scelto per rifugio, Pietro capisce molte delle cose che gli accadono, ma non riesce a viverne nessuna intensamente. Passa le giornate parcheggiato davanti alla scuola Enrico Cernuschi («patriota milanese»), incatenato a quegli orari, incuriosito e un po’ intimidito dalle maestre. Sa di non poter entrare (anche la regressione ha un limite) e allora resta un passo fuori e si mette sotto la protezione della figlia, scaricando su di lei un’immensa responsabilità: «ho Claudia, sì, e il mio futuro se lo porta addosso lei». È Claudia che lo salva, quando viene preso dalla tentazione di indagare nelle mail della moglie («Ha compiuto la sua missione ... Mi ha salvato, sì, e adesso sono di nuovo forte, e il mondo è di nuovo inclinato verso la buca giusta»). È lei la stella cometa («non dire altro, stellina») che – alla fine del libro – lo guida fuori dallo stallo, prendendolo per mano e riportandolo alla vita vera.
Solo allora Pietro si accorge che «lei è costretta a capire tante cose da sola, a viverle sulla sua pelle, a dire a me cosa devo fare, e questo è soffrire». Fino a quel momento l’aveva accompagnata, seguita, aspettata, convinto – con la sua presenza – d’infonderle fiducia: «guarda me ... e prenditi anche le mie forze». Ma, appunto, era lui che ne cercava in continuazione lo sguardo, che anelava tutto il giorno quel gesto proveniente ogni tanto dall’alto («si limita ad affacciarsi, quando può, e a salutarmi con la mano»). Il saluto salvifico che scendeva come una benedizione, come un angelus quotidiano impartito alla piazza da cui lui non si allontanava per tutto il giorno.

Csoa (centro sociale occupato autogestito)
Perché «questo è il posto» – this is the place, cantano i Radiohead proprio mentre lui lo pensa – in cui Pietro ritrova sempre la calma, il posto in cui fermarsi per poi «tornare a casa sereno, col cuore pieno di caos e di tranquillità». Il lutto ha su Pietro questo strano effetto: invece di farlo chiudere nel dolore, lo fa uscire allo scoperto, come la pioggia con le lumache, costringendolo a mettere la sua vita – letteralmente – in piazza. Così, per la prima volta esce dal guscio in cui tutti siamo abituati a vivere sottovuoto, inscatolati da una cronica urgenza che ci tiene in costante affanno, ormai incapaci di entrare in contatto con gli altri e con le nostre stesse emozioni.
Fuori dall’incubatrice ansiogena dei ritmi lavorativi, Palladini si rende conto che «la gente pensa a noi infinitamente meno di quanto crediamo» (è la frase riportata nella quarta di copertina). Ma anche noi pensiamo molto poco alle persone che ci circondano. Hai un momento, io? basta smettere di pensare a sé per un po’ («io non devo pensare, ecco il punto») e si prende a vedere tutto con occhio diverso. Lì sulla piazza, esposto alle intemperie di un addiaccio emotivo, Pietro osserva attentamente quello che accade intorno a lui. E a poco a poco comincia a sentirsi parte di un insieme circoscritto ma armonico: una specie di centro sociale (o di comunità terapeutica) in cui può chiamare tutti per nome: Matteo, il ragazzo down che passa con la mamma per andare a fare fisioterapia («da grande vuole fare l’aiuto-cuoco – e questa sua ambizione così minore mi ha commosso»); Claudia, la barista («una volta mi ha chiesto se so di qualche buona scuola di recitazione»); Cesare Taramanni, il vedovo che lo invita a mangiare due spaghetti su da lui (e gli dice «il lutto è una cosa complicata. Ci vuole tempo. E ci vuole qualcosa su cui concentrarsi»); Jolanda, la ragazza che porta nel parco il suo golden retriever Nebbia.
Jolanda, che lo guarda sempre più incuriosita, perché verso la fine del libro lo «ha già visto abbracciato a un quantità statisticamente improbabile di persone – Jean Claude [il suo superiore, licenziato perché contrario al progetto di fusione tra la sua multinazionale e un grande gruppo americano], Marta [la sorella di Lara, «praticamente sola al mondo», madre di due figli da due padri diversi e ora incinta per la terza volta a 32 anni], Carlo [il fratello scapolo, giramondo, ricchissimo disegnatore di moda], Enoch [il suo sottoposto che, non reggendo alla pressione, decide di lasciare tutto e andare a fare il volontario in Africa], Thierry [l’altro suo superiore, che ha tradito l’amicizia di Jean Claude per uscire vincente dalla fusione]». E poi Piquet, il pari grado che si lamenta della fidanzata impazzita e alla fine impazzirà anche lui; Eleonora Simoncini, la ricca «industrialessa del cioccolato» salvata in mare; Boesson e Steiner, i due finanzieri proprietari delle multinazionali coinvolte nella fusione ...
La piazza (quest’agorà finalmente non virtuale) è frequentata non solo dagli aborigeni – quelli che preesistevano al trasloco di Pietro Palladini –, ma anche dai pellegrini che lo vengono a trovare, cercando un po’ di conforto al loro male di vivere. Ora che Pietro Palladini ha tempo per tutti, chi lo sa ne ha approfitta e corre in quella piazza a confessarsi, quasi che la sua macchina fosse il banchetto allestito dalla Lucy di Charlie Brown per racimolare qualche spicciolo: Psychiatric help 5 cents. Pietro Palladini diventa «l’Uomo degli Abbracci»: davanti a lui, immobilizzato dalla sua incapacità di affrontare il dolore, amici parenti conoscenti trovano «il coraggio di affrontare il proprio, di dolore»; lo raccontano, lo esprimono anche fisicamente, cercando rifugio nella protezione di un abbraccio.

Senza rete
Sembra nulla, ma è proprio questo contatto fisico l’elemento sconvolgente. Sms, mail, fax, telefonate (da dovunque a ovunque) ci fanno sentire in ogni istante ben piazzati nel groviglio pulsante della nostra rete sociale. Telelavoro, teleamicizia, teleamore ci danno l’illusione di poter contrarre lo spazio e dilatare il tempo, ma non ci consentono di scambiare calore corporeo.
Anche per Palladini, la tecnologia si presenta all’inizio come un rassicurante rostro in grado di tenerlo ancora attraccato alla routine: «le dico [alla segretaria] di girarmi i fax sull’apparecchio in macchina, così finalmente servirà a qualcosa. Le e-mail le consulterò col telefonino». Poi, via via che procede la deriva, scopre che quella tecnologia non solo non gli serve, ma lo tiene asservito. Meglio ribellarsi, allora, per esempio disattendendo le indicazioni del navigatore satellitare. Meglio fare come Enoch, che – quando decide di andare in Africa – per prima cosa si libera, simbolicamente e solennemente, del telefonino aziendale. Anche se c’è subito una signora di passaggio pronta a impossessarsi di quel feticcio abbandonato per strada; lo stesso – peraltro – che lo zio Carlo regala a Claudia: «per una persona che se n’è liberata sotto i miei occhi ce ne sono state due che sotto i miei occhi vi si sono assoggettate».
La tecnologia non è uno strumento, ma un guinzaglio; non è il genio della lampada, ma una sirena che può farci impazzire: Piquet fugge terrorizzato dall’ufficio quando capisce di aver scambiato il vassoio cd/dvd di un portatile per un porta-lattine estraibile. È la tecnologia, d’altronde, ad aver fatto del mondo un posto in cui il valore delle persone si misura in siti: digitando i nomi di Boesson e di Steiner, il motore di ricerca risponde con circa 50.000 occorrenze, Bush ne conta 7.510.000, Pietro Palladini 111, Piquet 113 («due più di me, ho rosicato»), Bill Gates 7.100.000; Lara – significativamente – nessuna. Nella sua condizione sospesa, sul filo di un dolore che sembra dover arrivare da un momento all’altro, Pietro Palladini sceglie di procedere in un altro modo: senza rete.

Congelamento e fusione
La sofferenza – «la legnata vera» attesa per tutto il romanzo – non si presenterà mai; come Godot. Anzi, i giorni passati davanti alla scuola, riconosce Paladini, sono «uno dei periodi più sereni di tutta la mia vita». Appare tranquilla anche la figlia e, se è vero che i bambini – come dice a un certo punto una psicologa – vivono il lutto sulla base di quello che provano i loro genitori («Non di ciò che ci sforziamo di manifestare, attenzione: di ciò che proviamo veramente»), questo significa che Pietro semplicemente non soffre, come oltretutto lui ammette in continuazione: «non soffro e non mi sento in colpa». L’assenza del dolore, però, è tutt’altro che pacifica: è l’elemento inquietante che tiene in tensione l’intera vicenda. Perché tutti intorno pensano che lui soffra, perché lui dovrebbe soffrire, piangere, disperarsi per la perdita della compagna, mentre invece è come anestetizzato.
Sapendo bene che chi si agita finisce con l’affogare, si lascia andare alla corrente e si affida alla figlia, completamente deresponsabilizzato rispetto ai suoi impegni di adulto. Il che gli consente (che sia questo il vero obiettivo della sua strategia?) di uscire indenne dall’imponente fusione tra due multinazionali in cui è coinvolta la sua azienda. «Una fusione immensa, globale», che riguarda «più o meno tutto»: una creatura orrenda che corrode e divora chiunque si pari sul suo cammino. «Ho cominciato a inventare per Claudia le avventure della Fusione, un feroce mostro bicefalo dalle molte abnormità (due lingue biforcute, quattro occhi che fanno impazzire chi li guarda, una lunga coda squamata con la quale fa strage del popolo degli Imborghesi)».
La fusione è la bufera in cui – neanche troppo paradossalmente – l’immobilità di Palladini si rivela vincente, mantenendolo al riparo nell’occhio del ciclone e finendo quasi per portarlo al vertice della nuova struttura (anche se poi, come in Gioco all’alba di Schnitzler, tutto sfuma nel giro di una sola scena). Alle alte temperature della fusione, lui oppone il congelamento e l’atarassia: smette di correre in tondo come una cavia da laboratorio e fa come quegli yogi che rimangono immobili per mesi e mesi, cercando di rallentare le proprie funzioni vitali fin quasi a fermarle.

Marta e Venere
L’unico turbamento che sfugge a questa immobilità e a questa regressione è l’eros. «Perché continuo ad arraparmi invece di soffrire?». L’erotismo pervade tutto il romanzo, fin dalla scena iniziale – l’erezione improvvisa da cui il protagonista viene colto mentre, ormai esausto, sta cercando di sospingere la donna salvata verso riva. Più che amore e morte, amore e guerra, verrebbe da dire, se non ci fosse stato il film di Woody Allen). Si avverte, infatti, una continua lotta contro queste pulsioni rapprese o addirittura represse, eppure sempre sottintese nei rapporti con Barbara-o-Beatrice (mamma di un’amichetta di Claudia), con Jolanda, anche con le maestre che entrano ed escono dalla scuola. Fino all’esplosione finale nella scena – crudamente hard – del rapporto sodomitico con la Simoncini, che prepara lo scioglimento indolore del finale in rapida anticlimax.
Questo turbamento erotico, però, è incarnato soprattutto da Marta. Di fronte all’apollinea quiete ostentata dal protagonista, Marta è la violenta tempesta del dionisiaco: la forza irrazionale della sua istintività mette in crisi il sistema di freni e filtri allestito da Palladini per non soffrire. Ogni sua apparizione crea scompiglio: «oggi Marta mi ha turbato», ammette Pietro dopo essersi sentito dire che lei non voleva fare la fine della sorella; lei voleva essere amata.
Marta è «prodigiosamente bella», imprevedibile e disarmante nel suo essere senza difese. Traumatizzata da una vita difficile, ma ancora candida nelle sue reazioni violente e trasparenti, è – a partire dal nome – la guerra che si scatena contro la pace apparente del caos calmo. È il tarlo che scava sotto alla superficie congelata; l’antidoto alla cancellazione della memoria, alla rimozione, al cinismo egoistico del “bisogna andare avanti perché la vita continua”. Col suo nichilismo pessimistico e un po’ autodistruttivo («era la più tutto, e anche la più fortunata, fino a quando si è messa d’impegno a fabbricarsi la sfortuna con le proprie mani»), smonta la costruzione fittizia del passato edenico e autoassolutorio che Palladini si è costruito. E pian piano riesce a ricreare un contatto tra il protagonista e il suo dolore: «la mia vita si è azzerata – e questo, evidentemente, è il mio modo di soffrire. Se non soffro più profondamente, se non sono distrutto o disperato, è solo perché sono una persona superficiale, e le persone superficiali non possono avere esperienze profonde».

La coscienza di Pietro
Pietro non riesce a dimenticare il morso sul collo che Marta gli diede nella loro unica notte d’amore, dodici anni prima, e per questo sarà senz’altro lei la misteriosa donna con cui in sogno si scambia «il bacio assoluto, l’ur-bacio, che ci scioglie e ci fa colare l’uno dentro l’altra, e ci disperde nella caotica bellezza dell’universo». Pietro le dice, parafrasando i versi di una splendida canzone di Battiato, «avrò cura di te in qualunque momento tu ne abbia bisogno, ogni giorno dell’anno, ogni anno che verrà» (e lei risponde «a Lara non gliele hai mai dette cose così»). Pietro ce la descrive con malcelato rimpianto mentre si muove per la sua casa durante una serata passata insieme con le due famiglie («era bella, Marta: semplicemente, normalmente, familiarmente, come a volte capita anche a lei, una bella ragazza in una bella casa, a proprio agio in mezzo a bambini, vino e avanzi di cibo»).
E noi ci rendiamo conto che anche lui – come lo Zeno di Svevo (e come l’Ennio di Venite venite) – ha semplicemente scelto la sorella sbagliata («mi sa che hai ragione tu, io tua sorella non l’amavo»). Non perché lei lo abbia rifiutato – anzi è lui a essere scappato tanti anni prima, «lasciandola lì come un trancio di filetto tra i piranha» –, ma per paura del confronto con la follia della passione: «Marta è pazza di una pazzia totalmente fisica, sessuale – molto più pericolosa». Marta resta così il suo sogno proibito, recuperabile soltanto attraverso la sublimazione.
Eppure, al termine della lunga riflessione autocritica che chiude questo romanzo di formazione (un po’ come la guarigione di Zeno, anche la presa di coscienza di Pietro sa di morale pinocchiesca: tornano troppe cose e proprio per questo resta puzza di bugie), Pietro chiede di parlare da solo a solo con la sua compagna. Dopo aver immaginato di confessarsi per telefono con Jolanda, con Carlo, con Marta, con Jean-Claude, persino con l’ex-marito della Simoncini, dice infatti – nell’ultima, scolpita, frase del libro – «E ora mi passate Lara, per piacere?». In fondo, come Veronesi scriveva nella più bella delle sue Cronache italiane, «morire è solo cambiare numero di telefono».

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Paolo Petroni, Veronesi e l'odierno 'Caos Calmo'
"Ansa"

Per Pietro Paladini, altissimo dirigente di un network tv, è
una vera tragedia, di quelle che cambiano la vita, ma per tutti
coloro che lo circondano, parenti, amici, colleghi di lavoro è
invece solo una modifica nel normale corso delle cose, una
reazione imprevista e che li spiazza (ma anche conquista), a far
aprire una crepa nella loro esistenza, da cui si affaccia un po'
di umanità.
Il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, il suo più maturo e
compatto, intenso e vero, quindi capace di coinvolgere davvero,
risolto sul piano narrativo e su quello della scrittura, gioca
sul concatenarsi di reazioni individuali che scatena la nuova
situazione creata da Pietro: la sua bella, umanissima invenzione
di padre, rimasto improvvisamente vedovo, che decide di passare
le sue giornate davanti alla scuola elementare della figlia, per
non abbandonarla, ma in realtà per non sentirsi lui
abbandonato.
Ed è un romanzo che ha qualcosa anche di generazionale, o
meglio che coglie una realtà di cui tanto si parla, quella
della paura delle frustrazioni, di affrontare dolore e
disillusioni da parte di chi, in questo dopoguerra di benessere,
é stato abituato sin da giovane, a avere tutto, a essere sempre
protetto. Pietro infatti è in perenne attesa del crollo
psicofisico che dovrebbe seguire alla disgrazia che sta vivendo,
ma anche fa di tutto per fuggirlo e, appena lo sente
affacciarsi, ecco che torna veloce nella sua auto, davanti alla
scuola, isola in cui riesce a evitarlo e dove vive quello che
chiama 'caos calmo'. Poi c'é la colonna sonora, che è dei
Radiohead, o meglio c'é un cd che Pietro ascolta in macchina in
continuazione, come sentendo nelle parole delle canzoni,
messaggi e coincidenze che riguardano la sua situazione.
La moglie è morta di colpo un pomeriggio d'estate per un
aneurisma, proprio mentre Pietro, col fratello stavano salvando
due donne portate al largo dai cavalloni di una mareggiata. E
questa assenza e salvataggio "della donna sbagliata" lo farà
sentire anche in colpa. Ma naturalmente il 'caos' di sentimenti,
sensazioni, pensieri in cui Veronesi ci introduce è molto più
vario e complesso, ricco di sfumature e contraddizioni. Infatti
si tratta anche, attraverso l'ascoltare se stessi e esaminarsi,
di una storia di una presa di coscienza.
Nella bella macchina aziendale, con fax e tutto quanto può
servire a lavorare a distanza, e sulla vicina panchina di un
parco, Pietro riceve chi va a consolarlo e chi finisce invece
per chiedere consolazione e comprensione, specie i colleghi di
lavoro, in predo a sindrome ansiosa e giochi tattici in vista di
una fusione internazionale della società, ma anche la cognata,
attricetta di poca fortuna e che ha tre figli con tre uomini
diversi. Si fa viva anche la donna salvata in quel fatidico
giorno e che allora, svenuta, non aveva conosciuto il suo
salvatore, con cui ora consuma anche una notte di passione.
Pietro è fermo al parcheggio e la vita, col suo 'caos
calmo', gli scorre vicina e gli viene incontro. E 'caos calmo'
appare quindi chiaramente una metafora esistenziale che
appartiene e svela i nostri tempi limpidi e poco chiari assieme,
mare mosso con cui fare i conti, se si vuole entrare in contato
con se stessi, se si vuole vivere capendo, salvando se stessi
oltre che gli altri dalle onde. E anche in questo, nella
soluzione finale, Veronesi ci stupisce eppure ci convince,
perché tutto, nella sua assurdità apparente, ha una assoluta
naturalezza. E non è poco.

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Valentina Pigmei, "Vogue"
“Un caos semplice e fondamentalmente calmo”: quello che emanano i bambini all’uscita della scuola: “una specie di antistaminico naturale che rilassa un po’ i genitori e li fa regredire”. Cominciano così le scoperte di Pietro Paladini, il protagonista di Caos calmo (Bompiani, 17 euro, 454 pp). “All’inizio era soltanto un corto circuito, poi nel corso della storia il concetto di ‘caos calmo’ ha preso forma”, dice Sandro Veronesi oggi alla sua quinta e più possente prova narrativa. A cinque anni dal successo della Forza del passato (Premio Campiello, Premio Viareggio), Veronesi torna con “la storia di un uomo che procede sulla via del risanamento, forse alla cieca, magari facendo passi involontari”. Un risveglio inaudito alla fine del quale il protagonista approda all’accettazione della natura umana nella sua banale, eroica confusione di forza e debolezza. Del resto, “se agisse come è previsto che agisca, non si risanerebbe, e non incontrerebbe nemmeno questo strano concetto che è il caos calmo”, continua lo scrittore.
Pietro Paladini, 43 anni, vedovo, dirigente in un’importante rete televisiva, decide di aspettare la figlia davanti a scuola: per i tre mesi successivi non si sposterà dalla sua auto parcheggiata fuori dall’istituto, creando sconcerto tra colleghi di lavoro, parenti e passanti. Quel gesto provocherà un paradossale rovesciamento: attratti dalla sua incomprensibile calma, tutti i personaggi del libro, finiscono per spargere addosso a Pietro ognuno il suo personale dolore.
E il cuore del libro è proprio questo: un’etica della contraddizione, una insospettabile coesistenza degli opposti. “Se Paladini fosse stato più colto gli avrei fatto ripetere una frase di Sant’Agostino che riassume perfettamente la complessità di quest’idea: ‘Sii geloso e tranquillo’. Un concetto molto trasgressivo: non resistere mai a nulla, alla prima difficoltà molla, il contrario esatto di quello che ci insegnano”. Caos calmo è un romanzo magmatico e insieme compatto, complesso ma anche avvolgente, e traboccante di quella stessa “materia segreta e marcia” di cui Pietro si fa volentieri “inondare”. Una storia che a poco a poco si fa immensa e abbraccia temi che oggi si tende a rimuovere: “La morte è sempre l’altro che te la porta: il nemico, il diverso, per la maggior parte della gente se non ci fossero i terroristi, la morte non ci sarebbe”. A partire dal declino dell’economia, rappresentato nel libro dalla temuta fusione tra due giganti della televisione, di cui Pietro diviene nuovamente involontario centro. “Ed è una questione centrale che riguarda non solo l’Italia ma l’Occidente in genere. Per questo ho ambientato il romanzo a Milano e non altrove”.
“Con questo libro mi sono chiesto, qual è la vera malattia dell’Occidente? La follia. I modelli che abbiamo non funzionano più, sono in declino, dobbiamo cambiarli. Tutti sanno che le fusioni impoveriscono invece di arricchire, che i bilanci si possono falsificare per un po’ ma non per sempre. C’è anche chi preferisce lo ‘schianto’, anche questa è una soluzione”. E all’amore Pietro Paladini ci crede o no? “L’amore è una patologia, chiamiamolo come vogliamo, ma non è altro che la perversione o la debolezza di una persona che si abbandona alla volontà e alle decisioni di un altro. Ed è sempre stato così, solo che oggi quel modello regge ancora meno socialmente ”.

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Giuseppe Amoroso, Una bucolica tranquillità contro il caos quotidiano, "Gazzetta del sud"


R ischia la vita per salvare una donna "pazza di morte" il protagonista di
Caos calmo di Sandro Veronesi. Si chiama Pietro Paladini, è il direttore di una pay-tv, ha quarantatré anni, una figlia, Claudia, di dieci e, per uno strano scherzo del caso, rimane vedovo proprio nel giorno in cui strappa alle acque la sconosciuta. Così, vinto dalla solitudine, fra la convenzionale e cinica solidarietà degli altri, attende la "legnata" del dolore, l'inferno che gli è riservato. Sotto un cielo troppo azzurro nella sua astratta chiarezza di vertigine, Milano scorre come sempre. È il primo giorno di scuola e Pietro accompagna la figlia promettendole di attenderla fino al termine delle lezioni. Nell'automobile, che sembra divenire il centro del mondo, l'uomo comincia ad andare "a zonzo" nella memoria. Di fronte, la finestra dell'aula di Claudia; intorno, il formicolìo ordinario della strada. S'alza il sipario su un teatro di immagini condotte dal ritmo variabile della narrazione: rapide, quasi in dissolvenza; più nitide, resistenti e come impresse su una lastra lucidissima di vetro; egemoni e pronte a suscitare un'onda di pensieri. Un coro di visi occupa ogni spazio, concreto e fantastico, nasce da uno stato di eccitazione, conquistando una propria autonomia a seconda del flusso di emozioni di Pietro, irretito nel chiaroscuro della sua vita mentre il mondo reale lo sfiora, lo circonda e si infila in quel suo grumo psicologico appeso alla tenerezza verso l'unico affetto rimastogli dopo il dramma. Un'umanità affannata, piegata dal fatale peso quotidiano e visibilmente incline a far "funzionare" gli ingranaggi della routine, passa con sequenze da moviola davanti a Pietro che, sigillato nella consapevolezza del limite, anima i meccanismi, spinge avanti e indietro le figure scoprendone a ogni scatto l'aspetto greto, le debolezze, le pene, i sogni irrealizzati. Ed ecco, a partire dall'uscita degli scolari dall'istituto, il "caos semplice e fondamentalmente calmo" in cui tutti rappresentano un segmento del loro vivere, una sorta di oasi, una zona franca, libera dalle leggi che scandiscono le giornate. È una tregua su cui incombe l'ordine di sempre. E scomparirà fulminea quella scena, magnetizzata dal disordine, risucchiata dall'"agenda di famiglia". La "bucolica tranquillità" del privilegiato punto del mondo che è l'auto, parcheggiata lungo un anonimo marciapiede, rassicura il protagonista anche se non annulla il suo "tumulto". Con un'analitica percezione dei sentimenti più capillari, degli echi e delle interrelazioni tra le più disparate particelle della vita, Veronesi racconta lo stallo in cui può neutralizzarsi una sofferenza assediata dal mistero dell'esistere. Arenato di fronte alla scuola della figlia "come un barbone", Pietro crea e dissolve un corteo di uomini in lotta con il loro bagaglio di dolori e delusioni: stressati, stretti nelle "fauci" di una grande città, votati all'autodistruzione, invasi da "qualcosa di selvaggio", insicuri e travolti da problemi di lavoro, protèsi a cercare motivi di conforto. Nel cuore del racconto di ombre e creature vere Pietro, pacificato in una perdurante tranquillità, non vuole farsi coinvolgere, decide di rimanere in superficie, di accanirsi sull'"inessenziale" e di ignorare il lato oscuro delle cose. Ma l'inessenziale turbina in ogni momento: è il continuo carosello dei copioni in cui colleghi, parenti, capi e comparse spargono i loro segreti per confessarsi, mantenendo intatti i gesti e le convinzioni. Pietro stila una serie di elenchi di tutto ciò che i suoi occhi hanno visto e ha l'intuizione di comunicare con la moglie attraverso alcune canzoni. Ritrova, in questa nuova sponda dei suoi giorni, la lontana passione per la cognata Marta e non riesce a sottrarsi al complesso della perdita dell'innocenza. Oscillante, la pagina muta registri, dilaga con espanse e crude immagini (all'interno delle quali, inatteso, si fa largo uno schizzo di risentimento politico), va dal meccanico frasario della posta elettronica al modulato disegno del paesaggio. Il "faccione beota" della luna piena e dettagli ipnotici, corpi che coagulano una potente energia fisica e figure perse "come un assolo di tromba nella notte", il rito di Halloween al chiaro di luna e affollate fantasie sessuali transitano in una realtà compatta e carnale ma che ha bisogno, per esistere, del suono "smerigliato" della parola. E irrompono con impeto in quel privilegiato, minimo spazio di strada dove Pietro non cessa di attendere ogni giorno la figlia. Lì pure si consuma la recita dell'universale dolore che, dopo la sua esplosione, "torna in scala" e si acquieta in una calma piatta. Tutti rientrano in una scena perfetta in cui si scambiano le parti, il cacciatore può trasformarsi in preda. E Pietro, digitando su Internet "calma piatta", trova inaspettatamente ben 2810 siti. Simbolo di un mondo immobile, la neve continua a cadere su quella strada-crocevia di destini, rendendo uguale la verità e il suo contrario, il delirio e il suo stupore. Con una prosa sapiente e fervida di controcanti, Veronesi scopre la malinconica tana delle pacificate offese.

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Rita Bugliosi, Alla scoperta della vita vera. Ma con calma, "Almanacco della scienza"

E' avvolto da un'atmosfera irreale Pietro Paladini, il protagonista dell'ultimo libro di Sandro Veronesi, "Caos calmo". E ciò che la rende tale è lo sguardo privo di filtri con cui l'uomo guarda il mondo che lo circonda. Uno sguardo così realistico e diretto da divenire appunto irreale.
Tutto inizia quando Pietro, rimasto vedovo, accompagna la figlia Claudia a scuola dopo la pausa delle vacanze estive e, anziché andare via dopo averla lasciata di fronte al cancello, come fanno tutti gli altri genitori, decide di rimanere fuori dall'edificio ad attendere la sua uscita al termine della lezione. Una situazione nuova e rassicurante, che lo aiuta a sopportare meglio il dolore per la perdita della compagna, Lara, e che decide, quindi, di ripetere anche nei giorni seguenti.
Da quell'osservatorio insolito scruta con occhi nuovi la vita che gli scorre attorno: dal traffico impazzito dell'ora di punta al passaggio quotidiano di una signora che tutte le mattine alla stessa ora accompagna in un centro di fisioterapia il figlioletto down.
Tutto assume un aspetto diverso, nulla è più come prima. Le persone, le situazioni, gli avvenimenti diventano più veri e rivelano la loro profonda natura. Da quel punto di vista così particolare e, in qualche modo, privilegiato individui ed eventi si mostrano in tutta la loro autenticità e spingono Pietro a riflettere su di essi, sulla sua vita e, più in generale, sull'esistenza.
Le descrizioni si alternano ai ricordi e questi lasciano il posto alle impressioni, che sfumano per fare spazio ai sentimenti e il tutto dà vita a una narrazione che cattura il lettore e lo trascina a poco a poco nel meccanismo del protagonista, spingendolo ad andare avanti per scoprire quale altra semplice verità si svelerà a Pietro. Un uomo che ha scelto di fermarsi a guardare dentro e fuori di sé, trasformando il caos in uno stato di gratificante calma.

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Giuseppe Bonura , Veronesi, o del comico involontario , "L'Avvenire"
Quando Sandro Veronesi pubblicò il suo primo romanzo, Per dove parte questo treno allegro, sembrò uno scrittore promettente. La freschezza giovanile delle sue pagine era indubitabile, e anche il tema del conflitto padri-figli era in linea con una tradizione italiana nobile. Certo, si notava in quelle pagine una pericolosa tendenza alla attualità giornalistica, o meglio allo stile giornalistico dell'attualità, ma era lecito sperare che con il tempo lo scrittore si sarebbe emendato dei suoi difetti più vistosi. Non è stato così. I romanzi successivi sono stati più ambiziosi e complessi ma non hanno mai raggiunto la sufficiente espressività del primo. È rimasto uno scrittore promettente, dedito al gusto dell'aneddoto in sé, incapace di costruire una struttura romanzesca solida e soprattutto coerente. Il giornalista prevaricava sempre sullo scrittore e il guaio è che la critica ignava e mondana, supremamente nociva, non lo ha aiutato affatto con le sue indulgenze che definire complici è dire poco.
Il suo romanzo di cinque anni fa, La forza del destino, era stilisticamente bruttissimo e stonatissimo, ma siccome dentro esibiva un corposo aneddoto all'americana, certa critica ottusa ha creduto di ravvisarvi una serietà di fondo che non aveva minimamente. E stiamo sempre parlando di letteratura, non di giornalismo.
Veronesi si ripresenta ora con un romanzo voluminoso, Caos calmo, che di buono ha solo il titolo e alcune pagine iniziali, anche queste però guastate dalla istintiva incapacità dello scrittore di mettere una certa distanza tra sé e il personaggio che dice Io. L'inizio è promettente. In una spiaggia del Tirreno, sul mare ondoso, due fratelli stanno facendo il surf. Uno di questi è Pietro Paladini, quarantatré anni, manager in carriera, una figlia di dieci. Paladini è appunto il protagonista del romanzo, quello che dice Io al presente. A un tratto scorge una donna che sta per annegare. Si butta a nuoto per salvarla. Quasi tutto il primo capitolo è occupato dalla scena del salvataggio, che sarebbe buona se il monologante non osservasse incongruamente che la donna in pericolo di vita somiglia un po' a Julie Christie. E non è finita. Nella scena ci sono anche dei gemiti che gli ricordano quelli della tennista Serena Williams quando gioca. Se le intenzioni di Veronesi fossero state comiche, potremmo dire che c'è riuscito. Purtroppo le intenzioni erano tragiche e la comicità risulta involontaria. Dopo il salvataggio, Paladini torna a casa e apprende che la donna che doveva sposare di lì a poco (madre di sua figlia) è morta d'infarto. Siamo allo strazio. Nelle rimanenti pagine (più di quattrocento) ritroviamo Paladini a Milano, in automobile davanti alla scuola della sua figlia di dieci anni in attesa che esca. E davanti alla scuola ci rimane per tutto il romanzo, elaborando li dolore, rimuginando, monologando verbosamente, osservando la gente, ricevendo perfino visite più o meno petulanti, e apprende che l'azienda per cui lavora sta fondendosi con un'altra. Rivede anche la donna che ha salvato dall'annegamento, e qui si ha l'apoteosi della comicità involontaria. Il difetto, come sempre, sta nel punto di vista. Mettendosi nella testa del manager Paladini, Veronesi non può evitare di invischiarsi nella psicologia del piccolo borghese pasciuto, che stilisticamente e tematicamente è irraccontabile, diceva Pasolini, se non per la letteratura mondana e sostanzialmente amena.

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Danilo Ruocco per "Cultura Italia"
Inizia con una scena dal sapore vagamente boccaccesco Caos calmo di Sandro Veronesi (edito da Bompiani): un soccorso in mare che si trasforma in una specie di atto sessuale mancato. Una scena, però, che prelude a un dramma: Pietro (uno dei due fratelli protagonisti del salvataggio), quando torna a casa, trova Lara, la sua compagna e madre di sua figlia, morta. Un colpo durissimo che Pietro crede di non aver accusato, ma anzi di aver parato. Infatti, nonostante tutti siano convinti che Pietro, nei tre mesi successivi all’evento, sia disperato, il diretto interessato è, invece, sicuro di non soffrire. Egli afferma di non sentire dolore, ma di essere tranquillo e sceglie di passare i giorni successivi al lutto accanto a sua figlia: stazionando di fronte alla di lei scuola. Un luogo, quello, che diventa, per Pietro, una sorta zona franca, e, per i suoi colleghi, amici e parenti, una specie di muro del pianto: è lì, con lui, che loro vanno a sfogare i propri dolori.
Una situazione paradossale che, però, nonostante tale paradossalità, o forse proprio grazie ad essa, sa tanto di fatto vero: un uomo (un dirigente di un canale televisivo a pagamento) stravolto dalla morte improvvisa della propria compagna avvenuta mentre lui stava salvando una sconosciuta, soffre al punto da decidere di chiudersi/proteggersi in una situazione di stasi, di calma apparente, fermandosi per tre mesi di fronte alla scuola di sua figlia e, quindi, non andando più a lavorare. In tal modo, tra l’altro, evitando di frequentare un luogo dove si lotta (e si soffre) a causa di una fusione in atto.
Quest’uomo è, dunque, convinto di non soffrire per il lutto, ma in realtà è tanto sconvolto da non riuscire più a condurre una vita normale. Un personaggio, Pietro, che a dispetto del fatto di credersi in grado di comprendere la realtà, in verità è un uomo che la realtà la evita e la subisce. Un uomo che può essere convinto della validità di un ossimoro come è quello del titolo (caos calmo) e in un certo senso esserne rassicurato; un uomo che, forse, ascolta con più attenzione ciò che il gruppo musicale Radiohead canta nelle proprie canzoni, piuttosto che ciò che la sua compagna ha cercato di dirgli nel corso degli anni di convivenza; un uomo che non capisce che stando fermo davanti alla scuola della figlia, in realtà, più che proteggerla, la danneggia.
Un romanzo intenso, vero, quello di Sandro Veronesi, nel quale potrebbe sembrare non accadere nulla, ma nel quale, invece, non mancano i colpi di scena. Un romanzo dove si parla di elaborazione del lutto, di paure, di stress da competizione e tanto altro, a tratti con ironia, ma sempre con verità (una verità detta o lasciata intravedere).
La scrittura è quella piacevole di Sandro Veronesi (autore di altri bei romanzi come Per dove parte questo treno allegro, Gli sfiorati, Venite venite B-52, La forza del passato) e le 450 pagine del libro scorrono veloci.
Da leggere.






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lunedì, maggio 29, 2006

Veronesi continua CAOS CALMO su "A"...

La sveglia è una bestemmia

Morning bell / morning bell / Not another encounter / Releese me / Releeeeeese me... Niente. Ci ho provato, ma è terribile lo stesso. Ora si può, con la tecnologia spicciola che ci mettono a disposizione, e io ho messo Morning bell dei Radiohead nel telefonino per usarlo come sveglia: un bel corto circuito, ho pensato, che potrebbe svegliarmi tutte le mattine alle sette senza farmi soffrire. Ma niente, non funziona: svegliarsi è terribile lo stesso. Perché è proprio il fatto che sia una sveglia a svegliarci, che è terribile. E’ terribile puntare un ordigno affinché interrompa con un suono una nostra funzione vitale. Voglio dire, con le altre non si fa: sei lì che mangi, o che fai l’amore–– driiiin, e devi smettere di botto. Nessuno si sogna di farlo. E invece per il sonno sì. Il sonno, che delle funzioni vitali è la più sacra, poiché ti mette in contatto con i fantasmi, con i morti, con l’aldilà. Quando ero ragazzo mi svegliava mia madre, dolcemente. Non diceva una parola: mi accarezzava. Poi alzava la tapparella, e nella stanza entrava un po’ di luce. Mi portava anche il caffè. Oh, era bellissimo. Non per il caffè, per l’odore. Mi svegliavo con una carezza, un po’ di luce e un buon odore. Possibile che la scienza non abbia trovato di meglio della radiosveglia? Mozart, Radiohead, il giornale radio – hai voglia a dirmi che posso scegliere, non c’è differenza: è sempre terribile allo stesso modo. Voglio un apparecchio che riproduca la carezza di mia madre, maledizione, perché non lo inventano? Che faccia entrare la luce piano piano, che sparga nell’aria odore di caffè. Insomma, clonano la gente, cosa gli ci vorrebbe? Perché ha ragione Dario Bellezza, “il sonno è una piccola morte” – e il risveglio, allora, è una piccola resurrezione. Driiin: “Alzati e cammina”. Non va bene. La sveglia è una bestemmia, ecco cos’è.

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Siamo numeri

Il numero di telefono di casa. Quello del cellulare. Il PIN del cellulare. Il PUK. Il PIN del bancomat. Il codice fiscale. La partita IVA. La password per l’accesso a internet. La targa della macchina. Il numero della carta d’identità. Della patente. Del passaporto. Della carta di credito. Del conto corrente bancario. Il codice Iban. La password per l’accesso all’home-banking. La password per l’accesso a eBay. La password per fare la spesa on-line. Il numero della tessera Fidelity dell’Esselunga. Quello della tessera del programma Millemiglia. La password per entrare nella pagina web del programma Millemiglia. La password per telefonare gratis su Skype... Io, io, io, questo pronome (il più sporco di tutti, diceva Gadda) ripetuto all’infinito da un susseguirsi di sequenze alfanumeriche. Hah. Negli anni settanta si parlava molto di alienazione, oggi non più; si parlava di omologazione, oggi non più; si sentiva paventare il rischio di ritrovarsi a esser solo un numero, oggi non più. Abbiamo forse scongiurato questi pericoli? Neanche per sogno. Al contrario, abbiamo smesso di parlarne perché ne siamo stati sopraffatti – dall’alienazione, dall’omologazione; perché siamo effettivamente diventati dei numeri. Tanto che oggi non suonerebbe nemmeno così sinistra una legge che imponesse di farci tatuare un bel codice a barre sul polso, con la sua bella sequenza numerica ISBN che ci identifichi una volta per tutte, prendendo il posto di tutte le sequen-ze che già ci identificano, ognuna da tenere a mente o a portata di mano, e se le perdiamo siamo nei guai. Telefono, codice fiscale, targa della macchina, carta d’identità, Pin e Puk, tutto in un numero solo – e la possibilità di dimenticarcelo ed essere ugualmente riconosciuti dall’apposito lettore: pensa che risparmio, che praticità.




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Una tenda da Boston...

Ho parlato di Caos calmo con mia sorella, anche lei l’ha letto e n’è rimasta colpita. C’era da aspettarselo, l’abbiamo apprezzato per motivi diversi. Io per le citazioni dei Radiohead, che accompagnano molte delle mie giornate. Per le tanti frasi che mi son dovuto segnare con una linguetta sulla pagina. Ma soprattutto per il fatto che, per tutto il libro, non sai spiegarti perché Pietro reagisca così. Ti tiene col fiato sospeso pur non essendo un thriller, fino a quando non leggi la frase finale, e allora capisci tutto. Entrambi però concordiamo su una cosa. Questo Veronesi scrive proprio bene.

Stefano Gagliarducci, Boston University.

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Rassegna stampa scrausa... 2



...un po' di recensioni buone, brutte e cattive, in ordine sparso...

RENATO MINORE , Veronesi, con il dolore scopri il caos calmo, "Il Messaggero"

Capita davvero l’incredibile a Pietro, il televisivo che si racconta in Caos calmo, l’incalzante, struggente, impietosamente pietoso romanzo di Sandro Veronesi. Ed è condensato in pochi minuti – di quelli che “spezzano la ripetizione a oltranza delle stesse azioni” e che svelano il caos dietro la cortina dell’ordine.
Gli capita con grande rischio, e in sintonia con il fratello anche lui coinvolto in un’impresa analoga, di salvare una donna sul punto di annegare e di trovarsi inspiegabilmente eccitato mentre a colpi di reni la conduce a riva, e proprio nel momento in cui sua moglie, a casa, muore all’improvviso.
Il caos è piombato nella calma (apparente) della propria esistenza; c’è il senso di colpa per essere stato assente, il lutto da elaborare, la vita che deve continuare, in famiglia e nel lavoro. E continua a suo modo, congelandosi: Pietro decide di passare gran parte del suo tempo nella macchina di fronte alla scuola della figlia. E lì si scatena un via vai di persone legate al suo mondo di affetti e al suo lavoro: lo vanno a trovare per “consolarlo”, per sapere, per vivere, con lui “immobile”, vere sedute di autocoscienza. Confessioni che permettono di entrare dentro esistenze sofferenti e straziate. La cognata attricetta televisiva fallita al terzo figlio dal terzo uomo. I colleghi variamente situati nella scala gerarchica, un'immagine impietosa dell'intellettualità dei media, coinvolti in una superfusione che stravolge la fisionomia aziendale e il destino di ognuno. La ricchissima ereditiera svizzera salvata (e praticamente “condannata” dal marito all’annegamento) che vive con Pietro una selvaggia notte erotica, dono e prolungamento dell’incredibile erezione sott’acqua. Addirittura i due capi supremi dell’azienda ora fusa, che offrono, ma anche chiedono, in cerca di “verità”. Sono le vite degli altri quelle che si specchiano nell’immobilità di Pietro: mentre ascolta, guida, partecipa, il caos calmo degli altri si frantuma davanti ai suoi occhi in un’infinità di storie, una miscela che trascina dolori invidie, vissuti, un’ingorgata infinita entropia che a Pietro serve per leggere meglio dentro di sé, come dentro un apologo per uscire fuori in qualche modo dopo aver attraversato il Maelstrom del dolore. Caos calmo è la scommessa pienamente riuscita di raccontare una totalità di esistenze, una sorta di formicaio umano in cui l’occhio di Veronesi – paziente e inesorabile - penetra con la passione e l’intelligenza di una scrittura lucida, sapiente, perfettamente altalenante fra gioco e tragedia.

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Remo Borgatti, "LEGGENDO"
Una tragedia, la morte improvvisa della compagna con la quale avrebbe dovuto convolare a nozze qualche giorno dopo, colpisce il quarantatreenne Pietro Paladini nel momento in cui si appresta a salvare, in mare, una donna che sta annegando. Il dolore e il rimorso, oltre alla necessità di proteggere la figlia Claudia di dieci anni e al bisogno di metabolizzare quanto è accaduto, spingono il protagonista di “Caos calmo” a compiere una scelta solo in apparenza strana e curiosa. Mi fermo qui e lascio al lettore il prosieguo di un libro che punta l’obiettivo su chi sopravvive a un dramma senza soluzione, pur sforzandosi di cercarla. Veronesi è semplicemente impeccabile nel tentativo, riuscito alla perfezione, di mettere queste esistenze costrette a reinventarsi un futuro sul lettino e trattarle alla stregua di un’autopsia; cogliendone, cioè, ogni più piccola sfumatura.
“Caos calmo” è un lavoro di una maturità assoluta e il suo autore esprime un talento intriso di sofferenza che accompagna il lettore lungo le pagine con estrema efficacia.
I ringraziamenti, in fondo al libro, occupano una pagina intera e sono rivolti, in diversa maniera, a ben quarantadue persone. Emblematica è la frase conclusiva: “E poi dicono che quando si scrive si è soli.” Nel suo genere, uno dei libri migliori che io abbia mai letto.

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La Redazione di "BOL Libri Minisito"
Si può partire proprio dall'ossimoro titolo, Caos calmo, per parlare del nuovo, bellissimo romanzo di Sandro Veronesi, lo scrittore fiorentino che ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Per dove parte questo treno allegro, Gli sfiorati, Venite venite B-52 e La forza del passato (con cui ha vinto nel 2000 il Premio Campiello). Perché una delle chiavi di lettura del libro è proprio il senso da dare a questo ossimoro. Se nelle prime pagine il "caos calmo" è la condizione dei bambini urlanti e festosi, come quando escono da scuola, ma che mantengono una invidiabile serenità di fondo, via via che il romanzo procede, i due termini acquistano tinte più fosche e gotiche, fino a rappresentare quasi il fine ultimo a cui un uomo deve aspirare nella vita.
L'uomo in questione, nel libro, si chiama Pietro Paladini, ha quarantatré anni, è il direttore di un importante network televisivo e ha una compagna, Lara, con cui si deve sposare dopo pochi giorni, da cui ha avuto una figlia, Claudia, di dieci anni. Un uomo di successo, che vive a Milano e che crede di condurre un'esistenza appagante. Ma un giorno accade l'irreparabile: la morte improvvisa di Lara per aneurisma celebrale. E non solo: perché la disgrazia avviene mentre Pietro, al termine di una giornata divertente passata a surfare sulle onde del Tirreno, salva una sconosciuta dall'annegamento con un senso di eccitazione fuori dal comune. Da qui, il senso di colpa che ricade inesorabile sulle spalle di Pietro.
Tutto il romanzo si fonda sul tentativo anomalo da parte del protagonista di elaborare il lutto acuto e improvviso che l'ha colpito. Decide infatti di fermarsi davanti alla scuola della figlia dalle otto del mattino alle quattro e mezzo del pomeriggio, ora della fine delle lezioni, in un atto di diserzione apparente dal mondo. Quello di Pietro diventa un sottrarsi alle preoccupazioni e ansie quotidiane, tipiche dell'uomo occidentale, che conduce una vita frenetica divorato dal lavoro e dai mille impegni della giornata. Ma il suo distacco dal mondo è solo apparente perché dal suo nuovo e bizzarro punto di osservazione, i giardinetti sotto la scuola, comincia a vedere la realtà da un punto di vista diverso, più distaccato. E perché il fatto di stanziare lì tutte quelle ore, comincia ad attirare anche il dolore degli altri. Quello della cognata Marta, dei colleghi di lavoro, dei capiufficio, del fratello Carlo che iniziano a scaricare su di lui le proprie sofferenze, quasi per condividere un destino avverso. Ma in realtà, il solo a non soffrire, a non essere turbato dal proprio dolore, è Pietro che a un certo punto dichiara addirittura che quelli sono i giorni più sereni della sua vita.
Alla fine Pietro stesso, pur in questa sua condizione di assoluta entropia, dovrà fare i conti con le proprie verità, che risulteranno ben nascoste e molto scomode. È l'inizio del risanamento: perché, sembra dirci Veronesi, accettare se stessi, in questi tempi desolati, e cercare di riparare quello che non va, è forse l'unica cosa che possiamo fare per cercare di non farci più del male. E perché, così facendo, la vita sembra migliore.
E in questo senso si può dire che il romanzo di Veronesi, magistralmente scritto, sia un romanzo morale.

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Giuliana Bonacchi Gazzarrini, Vite senza bussola. Il nuovo riuscito e intenso romanzo di Sandro Veronesi, «Caos calmo». Storie di vite dissipate., "Cooperazione"

La pubblicazione, a distanza di cinque anni da La forza del passato (premi Viareggio e Campiello), di Caos calmo (entrambi editi da Bompiani) rappresenta un evento importante per la narrativa italiana. In un intreccio freudiano di sesso, morte e tradimento, il nuovo romanzo di Sandro Veronesi racconta la storia del quaratatreenne Pietro Paladini, megadirigente televisivo, surfista insieme al fratello Carlo (stilista famoso, eterno adolescente).

Dopo aver salvato, senza ringraziamenti, una bella sconosciuta in procinto di annegare nel mare in tempesta, con un corpo a corpo che mima un rapporto amoroso, al ritorno a casa, scopre che la moglie è morta d'infarto. Rimasto solo con la figlia decenne, decide di non staccarsi mai dalla bambina che aspetta, al termine delle lezioni, davanti alla scuola nella propria macchina-confessionale. Qui avvengono le sedute di autocoscienza: Pietro scopre infatti che i «consolatori» (la cognata Marta che ha dissipato la propria bellezza, i colleghi, il fratello, tenace oppiomane, con alle spalle il trauma di un'amante suicida) hanno tutti qualcosa di cui farsi consolare. Caos calmo racconta dunque decine di vite, di ingorghi intimi, tutti improntati ad una sorta di disperazione calma, dopo la perdita dell'amore in un mondo senza bussola. Piuttosto di una elaborazione del lutto o di una rigenerazione, se ne ricava il senso molto attuale dello stoicismo antieroico, ma non privo di qualità, dell'uomo contemporaneo in attesa, beckettianamente (penso all'epigrafe iniziale), di nuovi, ricorrenti «caos calmi».

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domenica, maggio 28, 2006

Rassegna stampa scrausa... 3



...un po' di recensioni buone, brutte e cattive, in ordine sparso...

Darwin Pastorin, "Caos calmo", folgorante Veronesi , "Liberazione"

Ho finito di leggere il bellissimo romanzo di Sandro Veronesi, "Caos calmo" (Bompiani), in una delle mie malinconiche mattine. Avevo già preso il caffè, avevo già salutato, per telefono, mio figlio Santiago, avevo già conversato con i miei amici («Sempre più rari, sempre più cari»). E sentivo il bisogno, mentale, fisico, umorale, di terminare quelle pagine. Pagine che mi avevano colpito, affascinato, rassicurato, innervosito, consolato. E che, infine, mi hanno fatto piangere. Perché «Caos calmo» è, per me, soprattutto un atto d'amore, l'amore tra padri e figli. Io consiglio questo libro a tutti, perché riguarda noi, tutti noi, nessuno escluso, la nostra vita, le nostre debolezze, i nostri sogni, i nostri tormenti, le nostre sconfitte, le nostre fantasie, le più alte, le più basse. E, caro Sandro, ho riconosciuto tanti personaggi, dall'autista, ai manager, ad alcune donne che hai baciato (le donne: «mistero senza fine bello»?). Ho ritrovato la tua vena di narratore unico. E ho cominciato a ricordare (anche come antidoto alla malinconia).
A quando ci siamo conosciuti, ad esempio. Ti chiamai, era il 1995, per un'intervista. Su Tuttosport avevo una rubrica di «Calcio e letteratura», scrittori che parlavano di libri e pallone. All'Unità, dove scrivevi, mi avevano detto: «Questo è il numero, e auguri. Perché ha un caratteraccio…». Invece. Invece ci siamo subito trovati: nell'amore per la Juventus, per certi autori, per i sogni, per certe adolescenziali cazzate. E ci siamo dati un appuntamento, per conoscerci di persona, un appuntamento vagamente salgariano, un appuntamento decisamente poetico: a Montevideo, per la Coppa America di football.

Già, Montevideo. Una capitale in bianco e nero, sospesa tra nostalgie e rimpianti, ancora così Anni Cinquanta. Vengo io al tuo albergo. Ci abbracciamo: «Finalmente!». Ci raccontiamo di amori, di libri, di Roberto Baggio e di Alessandro Del Piero, di quanto è bella un'amicizia così, dei miti uruguayani. E tu, ad un certo punto, decidi di andare a trovare Obdulio Varela, l'eroe del '50 al Maracanà, l'Uruguay che batte il mio Brasile 2-1, il dramma del portiere Moacyr Barbosa. Commentiamo un articolo apparso su El Pais: «Onetti, el triste olvido». La dimenticanza. Gli scrittori dimenticati. E io sento crescere dentro di me la rabbia per Giovanni Arpino, uno dei più grandi autori del nostro Novecento, messo così vergognosamente da parte.

Sei tu, Sandro, nell'estate del 1998, a propormi, nelle vesti di amico e di consulente del presidente Michel Thoulouze, di fare il direttore responsabile a Tele+. Servono nuove idee, serve la cultura messa al fianco dello sport. «Servi tu», mi dici. Mi sento felice, orgoglioso, ma ci penso. Devo lasciare Torino per Cologno Monzese, la carta stampata per la tv. Soprattutto sta per nascere Santiago. Ma come dirti no, Sandro?

E che anno, ricordi? Il pre-partita, «Zona», gli speciali, uno, memorabile, sul Grande Torino: scrittori e campioni, storie da raccontare (la lezione arpiniana: «Dovete essere voi cronisti bracconieri di tipi e personaggi»). E i giorni nella mia campagna canavesana, Sandro? Poi, decido di andarmene da Tele+. Per contrasti con la presidenza. Non per soldi, Sandro. Per una questione di dignità: mia e della mia redazione. Ti sei sentito tradito: «Potevi dirmelo, potevamo parlarne». Come darti torto? Ma in certi momenti, devi decidere da solo. Sei solo, con i tuoi dubbi, sul bene e il male, su quello che è giusto e su quello che è sbagliato.
Non ci siamo più visti. Nemmeno sentiti. Una persona (una donna) mi disse: «Ho detto a Sandro che ti conoscevo. E lui: già, quello lì…». Ero diventato «quello lì». E mi sono messo sul cuore un'altra cicatrice. Eppure, per me restavi Sandro. Sandro conosciuto a Montevideo, Sandro che si getta sul pavimento con me dopo una rete della Juve al Manchester United, Sandro di «Per dove parte questo treno allegro», Sandro e i suoi bambini, Sandro che parla di John Fante e si emoziona.

Da un po' di tempo ci risentiamo. Grazie anche a quella meraviglia di Umberto Nigri. E adesso è arrivato il tuo romanzo, folgorante e spiazzante come un dribbling di Garrincha. E in "Caos calmo" rovesci la storia facendo vincere all'Italia gli Europei di Francia. Così: «Esattamente come sto facendo io adesso: ecco qua, pam, pam, l'hard disk se ne va, Lara non ha mai avuto un computer, è morta senza averlo mai posseduto; tre anni e mezzo fa voleva comprarselo, ma durante la finale dei campionati europei di calcio fece un voto: a cinque minuti dalla fine, quando l'Italia era sotto di un gol con la Francia, disse: "se vinciamo non mi compro il computer", e poi è andata come è andata, lo sanno tutti, pareggio all'ultimo minuto di Del vecchio e golden gol di Del Piero, fantastico, in mezza rovesciata, pam, pam, Italia campione d'Europa e Lara senza il computer». E vai, Sandro, rituffiamoci sul pavimento…


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Paolo Perazzolo, LA COGNIZIONE DEL DOLORE
SECONDO SANDRO VERONESI
, "Famiglia cristiana"

Un uomo salva una sconosciuta, poi trova la moglie morta. È l’inizio di una conversione, a fianco della figlia, che attende tutto il giorno all’uscita da scuola. Ma è davvero una nuova vita?



A Pietro Paladini, 43 anni, dirigente di una pay-tv, benestante, capita di vivere una di quelle giornate che lasciano un segno indelebile: prima salva da annegamento una sconosciuta, poi, tornato a casa, trova la moglie stramazzata a terra, senza vita, uccisa da un repentino quanto inaspettato attacco cardiaco. Per lui e per la figlia Claudia, rientrati a Milano, comincia una vita nuova, sulla quale pende, come una spada di Damocle, l’inevitabile resa dei conti con il dolore e il senso di colpa. Così, accompagnata la figlia a scuola, Pietro decide semplicemente di restarsene lì, di non andare al lavoro, peraltro carico di tensioni a causa di una colossale fusione internazionale che ridisegnerà gli assetti dell’azienda.

Pietro resta lì, davanti alla scuola, e così farà il giorno dopo e quello ancora successivo: l’auto, parcheggiata dove la figlioletta, affacciandosi dalla finestra, lo può vedere e salutare, diventa il suo nuovo ufficio e la sua nuova casa. E non solo, perché diventa anche la mèta di un strambo pellegrinaggio: colleghi e parenti vanno infatti a trovarlo e, soprattutto, a sfogare il loro dolore davanti all’uomo che ha saputo "reagire" alla tragedia con coraggio, cambiando vita, lasciando il lavoro, restando sempre vicino alla figlia.

Ma è proprio così? Davvero Pietro sta vivendo una "conversione"? Davvero se ne sta davanti alla scuola – geniale quest’invenzione, la migliore del romanzo – perché ha elaborato il lutto, cioè affrontato il dolore senza finzioni? Non può essere che, al di là delle apparenze, il nostro protagonista è lì perché sta fuggendo dal dolore e quindi dalla vita? Non sarà che è un uomo totalmente disorientato, stravolto, immaturo anche, e che si è aggrappato alla bambina per salvare in realtà sé stesso?

Sono molti gli spunti apprezzabili nel romanzo di Veronesi. È interessante che un giovane autore affronti, per esempio, il tema del dolore, o, meglio, della fuga da esso. Bella è la figura della figlia – saggia come lo sono i bambini –, come pure la descrizione del rapporto con il fratello, stilista di successo, che vive però ancora come se fosse un adolescente. Potrebbe deludere le attese di chi si aspettasse il racconto, appunto, di una conversione esistenziale, o una riflessione metafisica sul dolore, mentre è la descrizione di un fallimento, di un’incapacità di affrontare la vita per quello che è. Nel complesso Caos calmo è un libro ben scritto, a tratti divertente, anche se non tutti i capitoli hanno la stessa tensione e c’è qualche caduta: l’incontro con la donna salvata dall’annegamento appare proprio eccessivo.

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Goffredo Fofi, "Internazionale"

Questo è il terzo Bompiani che discutiamo, dopo Cunnigham e Houellebecq, ed è il migliore. Di Veronesi amammo Venite venite B52, risentita commedia sui "mutati" di un'Italia comune, e la prima metà di La forza del passato, un'impresa inusitata di ricostruzione storica nei suoi effetti sull'oggi, che però si negava nel solito sentimentalismo.

Caos calmo è strano, di domanda e di attesa. Persone comuni scosse dall'insoddisfazione per il proprio posto in un mondo dove sembrano fragili anche gli "squali" e chi vorrebbe diventarlo. Morta la moglie, Pietro non sembra soffrirne, ma si piazza in macchina davanti alla scuola della figlia Claudia e ne aspetta ogni giorno l'uscita. Non va in ufficio ma è l'ufficio a venire da lui, fino ai massimi dirigenti dell'azienda. L'ufficio e Milano, una ricca Milano parentale o amicale o occasionale di esseri rosi come Pietro dalle stesse confuse insoddisfazioni.

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Lorenzo Mondo , "La stampa"

Caos calmo, come s'intitola il foltissimo romanzo di Sandro Veronesi, ha un innesco brillante. Non mi riferisco tanto all'antefatto ma a quello che diventa, subito dopo, nodo centrale e insieme cornice del libro. Questo Pietro Paladini, manager di una grande multinazionale, trovandosi su una spiaggia del Tirreno dove ha fatto surf, si tuffa per salvare, a rischio della vita, una donna travolta dalle onde. Si dà il caso che, mentre si prodiga per una sconosciuta, sua moglie Lara muoia per un imprevedibile incidente. Il trauma e un inconfessato senso di colpa inducono Paladini a riversare tutte le sue cure sulla figlioletta Claudia. In modo così esclusivo da diventare oggetto di compassionevole riguardo. Per mesi infatti accompagna ogni giorno la figlia a scuola e sta per tutto il tempo delle lezioni ad aspettarla, accanto alla macchina, salutandola quando si affaccia alla finestra durante la ricreazione.(Questa la più felice trovata del romanzo). Gli accade così di partecipare ai comportamenti abitudinari di varie persone nel perimetro delle sue osservazioni: in particolare, il passaggio di una madre con il bimbo down che lui incanta ogni volta aprendo e chiudendo con il telecomando, senza farsi scorgere, la portiera dell'auto. Quest'uomo cinico, egoista, erotomane, passabilmente ricco, impara a piegarsi su esistenze diverse, e scopre anzi che, in conseguenza del suo appostamento abnorme, è diventato punto di attrazione per il dolore e il disagio altrui. Arrivano in sequenza, a confidarsi, colleghi e capi dell'azienda in cui non ha più messo piede e che è diventata scenario di eventi inquietanti. Perché sta avvenendo la fusione con un'altra multinazionale, che comporta tagli di personale e avvicendamenti di carriere. Ai semplici sfoghi, si accompagnano notizie di nuove alleanze e tradimenti, lusinghe e vantaggiose offerte che lo attenderebbero al suo rientro. Ma standone fuori, Paladini vede le cose con occhio smagato. E' lontanissimo dall'ascetismo di Enoch, il capo del personale, che per non sporcarsi le mani pianta tutto e va in Africa a fare volontariato. Ma è pure capace di un coraggioso e costoso gesto d'indipendenza, nel momento in cui gli vengono fatte vergognose proposte. Al fondo dei suoi rifiuti sta però l'attaccamento a Claudia, il rifugio nell'eden della sua ferita bellezza e della buona coscienza. Un affetto che si rivela morboso nella misura in cui cerca di ottundere dolore contro dolore, di sublimare, attraverso l'esibita protezione di lei, una reale incapacità di soffrire, una sostanziale immaturità. Sarà quella bambina di dieci anni a rovesciare il gioco, smascherando il padre che, con l'aria di soccorrerla, ha fatto di lei un protettivo feticcio. Sicché, rivolgendosi agli scombinati comprimari del romanzo e della sua stessa vita, Paladini può trarre meno ambigue conclusioni: «Ascoltatemi bene, allora: la palla che lanciammo giocando nel parco è tornata giù da un pezzo. Dobbiamo smettere di aspettarla». Il Caos calmo del titolo sembra assumere alla fine valenze diverse. E' quello naturale dei bambini, caratterizzato da una fiduciosa irruenza e scompostezza, da una serenità che soltanto il confronto con le durezze della vita riuscirà a turbare. Può essere la finta, colpevole tranquillità dei padri che non vogliono crescere e stornano lo sguardo dal tumulto della vita. E', in termini più generali, l'urgenza del dolore e del male che preme sotto la superficie di esistenze apparentemente placate. Questo per dare l'idea di un romanzo in cui è evidente il tessuto concettuale ma che non rinuncia al piacere, in verità anche troppo digressivo, del raccontare: la rapidità dei dialoghi, la fluidità del monologo interiore, il taglio netto dei personaggi. Mi piace segnalare in particolare le impuntature che introducono il sollievo di un respiro nell'afoso squallore morale, il distacco da un mondo parossisticamente votato al successo, e al superfluo: lo spazio esorbitante concesso alla cura del corpo, alla cultura della canzone e del cinema, alle superstizioni dell'elettronica. Citando di passata: «casa, azioni, macchina, telefonino», come accessori dell’uomo occidentale. L'eroe di Veronesi, forse, al termine del suo viaggio ha cominciato davvero a ravvedersi.






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